Essendo il mio quarto parto in casa, forse penserete che non ci sia più molto da raccontare, invece scoprirete il compimento di un sogno iniziato dalla mia seconda gravidanza che credevo non si sarebbe più potuto avverare.

La notte del 20 settembre

Alle 22 circa ho iniziato ad avere lievi contrazioni. Ne avevo già avute nei giorni precedenti, quindi, arrivata ormai a 39+5, non sapevo se quella sarebbe stata finalmente la volta buona o se mi sarei svegliata ancora una volta con il pancione. Iniziavo ad essere stanca dopo un’estate difficile, segnata da un caldo che aveva messo a dura prova corpo e mente.

Avevo un particolare desiderio: questa volta volevo ridere durante il parto, non lo avevo mai fatto, e desideravo molto sperimentarlo.

Così, tra una contrazione e l’altra, ballavo buffamente con Luca, facevo la sciocca e ridevamo insieme, mentre lui controllava gli intervalli sull’app. I numeri, le domande, durante un parto, è meglio che li gestisca il padre: la mamma ha già abbastanza da fare. Le contrazioni, però, dopo un po’ diminuirono e decisi di sdraiarmi. Ero stanca e volevo davvero solo abbandonarmi al sonno.

All’1:30 svegliai Luca con qualche vigorosa pacca poco amorevole. Se avevamo deciso di partorire insieme, quando soffrivo io poteva soffrire un pochino anche lui. Le contrazioni erano insolitamente intense. Cercavo di vocalizzare, mi sostenevo alla fascia per muovere il bacino, camminavo intorno al letto, senza riuscire a trovare una posizione comoda. Poco dopo capii che era arrivato il momento di andare nella palestra della casa di fronte, che durante la gravidanza avevo trasformato nella mia sala parto: un luogo che sentivo profondamente mio, legato a tanti momenti felici.

Quando arrivò mia madre, la strinsi in un abbraccio profondo, al quale Non serviva aggiungere parole. Quell’abbraccio mi diede la sicurezza necessaria per affrontare ciò che ancora non sapevo stesse per accadere.

Il corpo prende il comando

Nella mia sala parto ognuno sapeva già esattamente cosa fare e non fare affinchè io stessi bene. Karina fu avvisata e, nonostante l’ora, si preparò a filmare questo nuovo miracolo. Luca iniziò a riempire la vasca. Mia madre accese il forno per scaldare i panni, mise a cuocere la gallina per il mio super brodo post-parto, e ovviamente avvisò l’ostetrica dell’inizio delle contrazioni, che normalmente nell’arco di un paio d’ore, nel mio caso, portano alla nascita.

Io, invece, cercavo di capire come gestire contrazioni insolitamente forti per essere appena all’inizio del travaglio.

Non ricordavo il dolore dei miei tre parti precedenti e questo mi aveva sempre fatto temere un po’ questo parto. Mi ripetevo che dovevo rimanere calma: sapevo che era solo l’inizio. Mi sostenni alle spalliere, gattonai sul tatami, finché sentii il bisogno di prendere la peanut e sdraiarmi sul materasso. Respiravo, vocalizzavo, applicavo ciò per cui mi ero preparata tutti questi mesi: rilassarmi, avere fede in me, in lui, nel mio “team”.

Ed è lì che è accaduto qualcosa di nuovo.

Ho iniziato ad ascoltare davvero il mio corpo.

Avevo respirato tantissimo durante la gravidanza per prepararmi alle diverse fasi del parto, ma in quel momento ho capito spontaneamente come respirare correttamente per assecondare le spinte.

Vocalizzavo, respiravo, parlavo con mio figlio come se fosse già nato, avevo pensieri positivi e lasciavo che le contrazioni facessero il loro lavoro.

Mi sentivo dolcemente sola, anche se sapevo di non esserlo. Intorno a me ognuno si muoveva nel proprio ruolo con delicatezza: una parola, una carezza, poi di nuovo silenzio, per me confortante.

A un certo punto, per capire quanto fossi dilatata, provai a toccarmi, cosa che non avevo mai fatto. Immaginavo di poter sentire già la testa, invece non sentii nulla, nonostante il dolore fosse ormai davvero intenso. Poi avvertii il bisogno di mettermi accovacciata. Fu così che ruppi le acque.

A quel punto mia madre aggiornò l’ostetrica, che già stava arrivando.

Pochi minuti dopo, stando a carponi e trascinata dalla semplice voglia che tutto finisse presto, sentii uscire la testa del mio bambino; ero così concentrata da non provare il bisogno di dirlo agli altri. Alla contrazione successiva Luca lo accolse tra le mani, gli sfilò il giro di cordone e me lo portò davanti con una calma e una sicurezza incredibili, come se nella vita precedente fosse stato un ostetrico.

Era finita. Ero molto lucida, presente, e non ero stanca.

Insieme lo facemmo respirare e poi rimanemmo nel dolce buio della stanza, a guardarci quella meraviglia. Solo allora scoprimmo che era un maschietto.

Il nostro Michelangelo Andrea.

Il nostro Amore, che abbiamo creato, cresciuto, protetto e portato nel mondo insieme, giorno dopo giorno.

Subito dopo arrivò l’ostetrica, verificò che stessimo bene, constatò che non avevo minimamente perso sangue, poi accolse la placenta, valutò la situazione in rispetto dei miei desideri e si prese cura di Michelangelo. Nonna svegliò Alexandra, che desiderava tagliare nuovamente il cordone, come fece di Afrodite, e infine entrai nella piscina calda, che durante il parto non avevo nemmeno utilizzato.

Ora potevo finalmente dormire. Felice, appagata, incredula di questo semplice, facile miracolo divino che avevo compiuto e che stringevo fra le braccia.

Il sogno che inconsciamente non avevo smesso di coltivare

Se avete letto il racconto del mio secondo parto, sapete quanto desiderassi conoscere quella sensazione di potenza istintiva e naturale data da un parto non assistito, che avevo sempre percepito come qualcosa che alle donne fosse stato progressivamente sottratto.

Quel sogno, a cui nel tempo avevo quasi rinunciato, questa volta si è avverato.

Avevo nuovamente seguito tutto l’iter per il parto domiciliare assistito dall’ostetrica: le visite e la documentazione necessaria, nonostante per me questi passaggi siano tutti spesso fonte di stress e ansia, soprattutto quando richiedono di entrare in ospedale.

Dentro di me sapevo però una cosa: se fosse arrivato il momento giusto, avrei partorito ovunque e con chiunque, anche da sola.

E se fosse comparsa una difficoltà, avrei naturalmente accettato l’aiuto medico necessario per proteggere me e il mio bambino.

La sicurezza di voler un parto a casa e la consapevolezza delle mie capacità naturali, non hanno mai precluso a priori la possibilità di necessitare di assistenza, ma nemmeno mi permettevano di cedere a procedure invasive non necessarie in gravidanze fisiologiche come le mie. Io ho sempre necessitato di un ambiente in cui mi sento sicura e che sia quindi favorevole ad un parto naturale. Per me la sicurezza è avere la possibilità di scegliere sempre: come muovermi, cosa fare, dove farlo, cioè dentro casa mia dove mi sento al sicuro e so chi ho intorno a me: poche persone di fiducia che conoscono bene i miei bisogni e le mie paure; scegliere quanta luce, quanto calore, assecondare i tempi naturali, sentire le mie musiche, e tanto silenzio, nessuna domanda, nessun consiglio: solo pura fiducia in me.

Cosa ho imparato da questa gravidanza e da questo parto?

Ogni parto mi insegna sempre qualcosa di nuovo. Questa volta stranamente non ho letto nemmeno un libro sul parto o sulla gravidanza. Ho scritto invece un diario a mio figlio: le nostre giornate, le paure, le speranze, le preghiere.

Con Luca abbiamo guardato tantissimi video di parti in casa. Abbiamo immaginato situazioni diverse, parlato di come avremmo potuto sentirci, di cosa avremmo desiderato per il nostro parto. Era spaventosa per me l’idea di non sentirmi più “da sola” come sempre a gestirlo, ma ho lavorato attivamente su questo timore con Luca per partorire il nostro bambino insieme. C’era anche la possibilità che alla fine non lo volessi nemmeno vicino, ma abbiamo elaborato serenamente anche questo.

Alla fine non ho fatto quasi nulla di ciò che avevamo immaginato.

Non ho usato gli acquerelli, non ho partorito in acqua, non ho stretto il pettine, non ho cantato con mia figlia, non ho percepito nemmeno molto la playlist che avevo preparato. Luca non ha dovuto sostenermi fisicamente nelle posizioni che avevamo provato. Non mi sono masturbata, non ho avuto un orgasmo mentre usciva come ad alcune capita e com’ero tentata di poter sperimentare.

Ed è stato perfetto così.

Perché tutta quella preparazione non serviva a realizzare un certo copione.

Serviva a prepararci a qualunque possibilità dalle più rosee fino alla peggiore di tutte.

Alla fine abbiamo fatto una sola cosa: abbiamo avuto fiducia l’uno nell’altra e insieme nel nostro bambino. Eravamo pronti ad accogliere ciò che sarebbe accaduto, anche se avesse significato cambiare completamente i nostri piani.

Preparare il corpo, ma anche imparare a riposare

Durante questa gravidanza ho praticato due sport: i percorsi ad ostacoli (Spartan OCR) di cui ho anche fatto una gara e kick boxing (adattando gli esercizi alle mie condizioni e confrontandomi sempre con gli allenatori ogni volta). Quando mi è stato imposto di fermarmi “per il mio bene”, ho sofferto molto. Già dalla settimana successiva in cui non ho potuto più andare a lezione il mio corpo si affaticava più facilmente e la mia mente rimaneva chiusa in un vortice di pesantezza, senza quelle due ore di libertà e risate con i miei compagni con i quali ho creato un bellissimo legame e che erano sempre attenti a me e alle mie esigenze, senza giudicarmi per le mie scelte. Mi aiutavano a proteggere il mio bimbo durante gli allenamenti, e mi ricordavano che solo l’essere li con loro, anche avessi solo camminato un po’, era già tantissimo ed era giusto ascoltare il mio corpo. Mi facevano sentire amata, rispettata, potente anche se non potevo fare tutto ciò che facevano loro. Mi davano la forza e il sostegno mentale di cui necessitavo. Per questo ho continuato ugualmente ad allenarmi con il gruppo Carruccese di power dance e anche a casa, perchè nessuno può conoscere meglio di me ciò che fa davvero bene al mio corpo. Ciò che per uno è un rimedio per l’altro può essere una tortura, siamo tutti diversi, ed io non volevo permettere a scelte esterne che tutelavano gli altri più di me di spezzare il mio benessere ed una gravidanza così perfetta.

Ma ho imparato anche qualcosa di altrettanto importante: il riposo è parte della preparazione.

Luca mi ha insegnato che mentre io ero sdraiata a letto a costruire un cuore o un polmone, lui poteva occuparsi della casa e degli altri tre bambini. Si è fatto carico di ogni mansione che faticavo a svolgere, fisica e mentale, e nonostante fosse difficile dopo una già intensa giornata di lavoro, non ha mai mollato, è stato forte, per me, per lui, e per noi.

Una gravidanza richiede un’enorme quantità di energia. E non dovevo dimostrare continuamente di essere capace di fare tutto da sola.

Dormire quando ne sentivo il bisogno non era tempo perso.

Riposare non era meno importante che allenarmi. Stavo già facendo il lavoro più difficile e prezioso: costruire una vita.

Tutto il resto poteva essere delegato o aspettare.

Vediamo solo ciò che scegliamo di vedere

Forse la lezione più grande di questa gravidanza è stata capire quanto io sia circondata da persone straordinarie, quanta fiducia posso avere in questo mondo.

Mia madre, mio padre, Mauro, Luca, i miei figli tutti incredibili e meravigliosamente diversi, gli amici, i genitori di Talitha, i parenti, gli allenatori e i compagni di sport, le cassiere, le persone incontrate durante questi nove mesi a Carrù durante la mia quotidianità e persino gli sconosciuti incrociati per strada.

Ognuno, in qualche modo, ha contribuito a permettermi di arrivare fin qui.

Si potrebbe pensare che io abbia partorito senza assistenza.

Io, invece, sento di essere stata assistita più che mai in quel momento: non solo dagli esseri umani, ma anche dalle energie, forze, da cui con fiducia si può attingere dal mondo spirituale.

Per nove mesi sono stata circondata dall’amore di una comunità di persone nella città di Carrù, nel mio Paese, che ha in tanti modi diversi sostenuto il mio sogno. Non siamo soli, ma occorre imparare a vedere le piccole grandi meraviglie che ogni giorno la vita ci offre. Ho avuto difficoltà e problemi burocratici perchè non tutti si rendono conto che per alcune donne il parto in casa è la scelta più sicura in assoluto. Questo accade soprattutto fra coloro che dovrebbero offrire una reale informazione e non un proprio giudizio personale alle future madri, che non conoscendo tutte le possibilità che hanno, si ritrovano a dover accettare condizioni che portano a parti difficili, ed emergenze in cui si sentono impotenti e che portano a vita con loro come una profonda ferita. Dove non c’è un informazione completa, non può esserci libera scelta consapevole, e nessuno è felice di subire sul proprio corpo le conseguenze di scelte altrui. Mi chiedo se alcuni medici, convinti di aver salvato una partoriente, abbiano mai chiesto alle loro pazienti com’è stato il loro parto. Cosa avrebbero potuto fare di diverso per migliorarsi nella loro professione? Come si potrebbe permettere alle future madri e bimbi non solo di sopravvivere al parto, ma di viverlo con l’attenzione, l’umanità e il rispetto che meritano di ricevere in quel momento? Momento in cui occorrerebbe ricordarsi che stanno costruiscono con sangue, dolore e fatica il futuro del nostro Paese. Ho fiducia che se tutti ascoltassero col cuore e la mente aperti i racconti delle madri sui loro parti, sarebbe poi automatico desiderare di offrire a ognuna le condizioni realmente favorevoli a evitare interventi non necessari. Può bastare poco a volte, comunicando, collaborando da entrambe le parti per ottenere i migliori risultati possibili.

Questo è esattamente ciò che ha fatto ancora una volta la mia ostetrica, Marina Salvagno: mi ha ascoltata, ha valutato il mio singolo caso, questa singola gravidanza; non mi ha mai forzato a fare ciò che sapeva, e vedeva nel tempo che mi feriva o spaventava. Mi ha sempre consigliato con sincerità e chiarezza professionale, data dalla sua incredibile esperienza che ha condiviso con me nei giorni dopo il parto, quando veniva a visitarci, come due amiche che si conoscono un po’ alla volta e che diventano una squadra che collabora alla pari. Mi ha supportato per creare le migliori condizioni di salute per garantire la nostra sicurezza, non solo fisica, ma anche mentale ed emotiva ed essendo libera di scegliere, ho sempre scelto il meglio per me, come farebbe ogni madre a cui fosse offerta questa possibilità.

Ad ogni parto, ciò che è accaduto per me, è che Marina mi ha permesso di crescere gradualmente, di conoscere il mio potere, e la mia forza. Ciò, mi ha permesso in questo inaspettato parto fulmineo, di avere la serenità di poterlo affrontare, mantenendo la calma e la fiducia in me, condizioni necessarie ad aprirmi in un parto naturale.

Sono grata per il profondo rispetto che mi ha dimostrato, per la sua concretezza, la sua grinta nel difendermi da chi mi voleva ostacolare. Vorrei che in Italia le libere ostetriche potessero offrire a tutte la migliore esperienza di nascita possibile, ma per fare questo occorre molta onestà: sapersi assumere ognuno le proprie responsabilità con saggezza. Come cambierebbero le cose se ci si preparasse anche per creare le condizioni migliori, anzichè prepararsi solo a dover gestire eventuali problemi? È stato il parto più bello della mia vita, grazie per averlo permesso. Sicuramente non dev’essere stato sempre facile con me, ma sono fiera della fiducia che hai avuto in noi.

Oltre la parola “fortuna”

Vorrei che esperienze come la mia, e quelle di tutte le donne che riescono a vivere il parto che desiderano, non venissero liquidate semplicemente come molti mi dicevano nonostante i miei 3 parti, con: «Sei solo stata fortunata ».

La fortuna certamente esiste. Esistono la fisiologia, la genetica, le condizioni favorevoli. Ma esistono anche la preparazione, il duro lavoro, lo studio, la coerenza. E ogni esperienza positiva dovrebbe poter entrare nel racconto della nascita (e nelle reali statistiche riportate però solo nei libri sul parto in casa) tanto quanto quelle difficili.

Questo non significa negare il rischio, né ignorare i progressi della medicina moderna nelle situazioni in cui l’intervento è realmente necessario. Significa ricordare che ogni donna, ogni gravidanza e ogni parto sono diversi.

Io ho imparato che ciò che accade agli altri non deve necessariamente diventare un limite ai desideri di ognuno di noi. Possiamo ascoltare le esperienze altrui, imparare anche da quelle dolorose e, allo stesso tempo, costruire con consapevolezza la nostra strada. Il rischio zero non esiste nè a casa, nè in ospedale. Ma forse non ci aiuta nemmeno vivere come se ogni possibile problema fosse inevitabile.

Forse abbiamo bisogno di un approccio più aperto, equilibrato e fiducioso, capace di considerare il parto non soltanto come qualcosa da cui uscire indenni, ma anche come un’esperienza che può lasciare un ricordo prezioso, potente nella vità del nuovo arrivato e della madre, influenzando persino la loro salute futura.

Per me, quella notte, è stato così.

È nato Michelangelo.

Ed è nata anche una nuova parte di me.

Auguro a tutte le lettrici e lettori coraggiosamente giunti sin qui una meravigliosa nascita.

Grazie di Cuore a Tiziana dell’Associazione di Bianca per avermi permesso di condividere le mie testimonianze.

Mamma Julia